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NERO WOLFE, UN PUNTO DI VISTA SUL MONDO

NERO WOLFE, UN PUNTO DI VISTA SUL MONDO

di DIEGO GABUTTI Italia Oggi

 

Sparite per un po' dai cataloghi editoriali, dove un tempo spopolavano, le opere di Rex Stout tornano in libreria in una nuova collana, "Le inchieste di Nero Wolfe", di cui esce in questi giorni il primo titolo, nonché la prima avventura in assoluto di Nero Wolfe, uscita in America nel 1932, Fer-de-lance, Beat, pp.288, euro 9,00. E qui dico subito che a proposito di Nero Wolfe, nutro opinioni ferme, precise, inaffondabili. Penso cioè che per il detective nato in Montenegro, domiciliato nella Trentacinquesima Strada Ovest, New York, valga quel che diceva il filosofo a proposito dell'artista che non millanta credito: "soltanto l'opera avvertibile come modo di comportamento può dirsi veramente riuscita". Wolfe, l'opera di Stout, è riuscitissima. Con modo di comportamento non si allude qui ai tic e alle manie: le orchidee, la stazza, il mappamondo, il segnalibro d'oro, l'appetito da toro. Anche Philo Vance e Philip Marlowe, se vogliamo, sono a modo loro degli eccentrici. Sam Spade e il Tenente Colombo? Sono outsiders di rango. Guglielmo da Baskerville, Jules Maigret, Mike Hammer: ciascuno di loro merita una nuvoletta e un'arpa in paradiso. Ma soltanto Nero Wolfe, alla pari con Sherlok Holmes di Baker Street e col povero John Dortmunder, il ladro iellatissimo di Donald E Westlake, è un punto di vista sul mondo, una Weltanschauung solida come una roccia, una morale che non smentisce la favola di cui tira laboriosamente le fila.

Chiamarlo eccentrico non si può, è una descrizione inferiore all'uomo, come definire Hitler un delinquente, Leonardo un pittore, Beethoven un pianista e Schopenhauer un ulceroso. Wolfe è semplicemente abnorme e smisurato. Tutto in lui tracima e deborda, come un fiume in piena dall'argine maestro, mostruosamente dilagando attraverso le pagine, quasi che una normale carcassa umana, per la sua costitutiva miseria, non fosse bozzolo degno di tanta crisalide. Anche la sua ciccia è di una leggendaria e specialissima natura. Come Jackie Gleason in Soldato sotto la pioggia, quando si prova un gigantesco paio di mutande davanti allo specchio, anche Nero Wolfe potrebbe d'un tratto voltarsi verso Steve McQueen e così ammaestrarlo: "Dicono che non sia facile essere grassi e narcisisti insieme. Ma io ci riesco benissimo". Wolfe è un'esteta e un moralista. Se si occupa dei delitto e delle pene, non è perché bestialmente s'illuda, come troppi suoi semblables nell'agone del poliziesco, di bonificare così le giungle d'asfalto, procurando soddisfazioni pelose alla propria falsa coscienza e, talvolta, recuperando qualcuno alla virtù. Non è neanche per "il colore dei soldi", in ogni modo, come cerca di far credere a Goodwin e come Goodwin, che l'asseconda sempre, cerca di far credere a noi. Wolfe si occupa di delitti perché soltanto il delitto è oggetto degno di lui e del suo umanesimo violentemente negatore di tutte le consolazioni filosofiche correnti. Potrebbe forse occuparsi di opere pie? O muovere, come James Bond, al salvataggio del mondo? Wolfe si vieta, semplicemente, ogni proposito: è così intimamente grosso che il suo corpo non è abbastanza grosso da contenerlo tutto.

Non è una posa. Davvero il montenegrino ha in uggia gli esseri umani e diffida delle loro qualità. Tutte le belle statuine del romanzo giallo danno spettacolo d'eccessivi sentimenti, taluni piagnucolando, taluni alzando la voce, ogni volta che acchiappano un assassino, nemmeno fosse questo gran merito, questa gran novità. Wolfe no. Anche lui dà spettacolo quando pizzica il colpevole, convoca sospetti e poliziotti, offre liquori e caffè, siede a occhi chiusi nel centro esatto della scena, ma non dà mai spettacolo di buoni sentimenti.


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