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ALL'ALBA DI NERO WOLFE

ALL'ALBA DI NERO WOLFE

di PIER MARIO FASANOTTI Liberal Mobydick

Se non siamo arrivati alla saturazione, penso che ci manchi poco. Il genere giallo, chiamiamolo anche thriller o poliziesco o noir, dilaga in televisione. A tinte forti. Si susseguono primi piani su sbudellamenti, su ferite ferocemente esplicite sul tavolo dell'autopsia, su accoltellamenti, strangolamenti et similia. Sangue, sangue, ancora sangue. Magari affiancato - e questa ormai è una moda - all'analisi psicologica condotta dagli ormai famosi profiler o alla ricostruzione scientifica-forense in laboratori che se fossero centuplicati, nella realtà, non ci sarebbe più alcun colpevole in strada. Di qui la nostalgia, che si fa riscoperta editoriale, dei "vecchi" gialli, insomma dei classici del genere, nei quali, per il piacere sottilmente mentale del lettore, è del tutto secondario indulgere sulle scene da macelleria. Alcune case editrici, magari di medio-piccole dimensioni, rilanciano autori che paiono dimenticati e invece hanno un potere attrattivo formidabile. Beatedizioni propone a ritmo bimestrale dieci avventure di Nero Wolfe, il corpulento detective privato inventato da Rex stout che vive, con il sommo piacere del sedentario, in una casa d'arenaria a New York.

Rex Todhunter Stout (1886-1975) fu molto prolifico. Figlio di due quaccheri dell'Indiana, soffrì sulla propria pelle il tracollo finanziario del 1929. e questo è rilevabile anche nei romanzi con Nero Wolfe protagonista. Occorre ricordare che la produzione e il successo della letteratura poliziesca americana furono dilaganti proprio negli anni della Depressione: un modo forse di evadere dal grigiore tragico di tante nuove e improvvise povertà. Stout partorì il personaggio Wolfe nel 1934, non rinnegando mai di aver scelto come modello Conan Doyle: infatti a indagare è una coppia di uomini. Il primo è il cervello, il secondo il braccio, o meglio le gambe visto che fa da "galoppino" a cercare prove (non c'era Internet, non scordiamocelo)e a rintracciare testimoni. Se il dottor Watson, aiutante di Sherlock Holmes, pare un garbatissimo tontolone, forse per dare il miglior smalto al genio con la pipa, il secondo in comando della ditta Nero Wolfe, Archie Goodwin, è un buon ragionatore e sa prendere iniziative. Ed è lui l'io narrante della serie di Rex Stout. Come raccontatore delle gesta del genio incastonato in un corpaccione dalle dimensioni imbarazzanti, Wolfe appunto, esagera un po'. Francamente bisogna ammetterlo, fino a non scartare l'ipotesi che sia un po' troppo "innamorato"del suo datore di lavoro, del quale esalta anche il minimo sbatter di ciglia. Nello stesso tempo accetta stoccate umilianti, sia pure con il sorriso sulle labbra e con una ragionata pazienza che dà l'idea della dell'accettazione del binomio pessimo carattere-genio. Credo che molti lettori si sentano a volte imbarazzati nell'immedesimarsi in Archie, strapazzato un giorno sì e l'altro quasi. La dinamica Nero-Archie è un buon pasto per gli psicoanalisti, visto che entrambi, pur in maniera del tutto disuguale, presentano tratti psico-patologici. Nero e Archie vivono nella stessa casa a due piani (con terrazza-solarium), ma a questo proposito conviene allontanarci da una ipotesi maliziosa, visto che l'autore precisa che mister Goodwin "ha avuto" una fidanzata e non è assolutamente refrattario al fascino femminile. Misogino lo è invece Wolfe, troppo impegnato a guardarsi nello specchio come un Narciso, o forse consapevole che la sua straripante mole sia un ostacolo a qualsiasi fantasia, o tentazione, sentimental-sessuale. Chissà. Una curiosità: Rex Stout era molto diverso dalla sua creatura letteraria. Lo scrittore era longilineo, agile, energico, Wolfe è obeso, molto pigro, fortemente abitudinario. Se Wolfe è sempre curato e pulitissimo, Rex spesso era trasandato nel vestiario e aveva la barba incolta. Il detective si tiene lontano dalle sottane, il suo creatore per nulla. Ma ci sono forti punti di contatto: entrambi odiano i politici trafficoni, il cinema, i ricchi snob, le persone ottuse, amano la buona cucina, la letteratura, le orchidee, e sono affabulatori capaci di battute fulminanti. Un'altra singolarità: Stout capì, dopo la pubblicazione di un romanzo sperimentale e confuso, che era il caso di infilarsi nel genere poliziesco. E ci riuscì ottimamente. Tra i vari riconoscimenti, ebbe quello del miglior giallista del secolo (in America, ovviamente).

Ma la domanda centrale, e alquanto intrigante, è questa: come mai Nero Wolfe piace moltissimo? Quesito più che lecito dato che Wolfe (nome che foneticamente ricorda il minaccioso wolf, lupo)è uno che si autocompiace a ogni ora del giorno, è pignolissimo fino a essere fastidiosamente pedante, è spesso molto sgarbato e arrogante, è molto attaccato al denaro (effetto della Grande Depressione?) e sostanzialmente avaro, non fa mistero di ignorare i bisogni e desideri degli altri, si muove (si fa per dire) come un dandy. In più presenta vistosissimi segni di nevrosi: per esempio odia essere toccato. E allora? Plausibile spiegazione: i suoi tratti caratteriali sono ben incisi su pagina dal suo creatore, e questo per il lettore avvicina letteratura e realtà. E poi c'è il fascino dell'intelligenza deduttiva, affiancata da una straordinaria capacità di prestare attenzione anche al dettaglio in apparenza insignificante. Alla grande intelligenza noi siamo sempre pronti a perdonare moltissime cose. Wolfe è un grande lavoratore, sia pure sui generis visto che non rinuncia mai alle ore nella sua serra inzeppata di orchidee, alla degustazione lenta e meticolosa della birra (sostiene che l'alcol non intacca le facoltà mentali: "non è il mio cervello a funzionare, ma i suoi centri nervosi inferiori", una civetteria lasciata appositamente oscura). In Fer-de-lance, primo della serie, Rex Stout ha l'esigenza di raccontare tic e abitudini di Wolfe. Doveva pur presentare alla "società" dei lettori la sua nuova creazione narrativa. E così veniamo a sapere che mister Wolfe è un pessimista. Attenzione però: quel che potrebbe essere un difetto o un limite, lui lo rigira a suo favore: "un pessimista ha solo buone sorprese, un ottimista ne ha solo di cattive". Figuriamoci se il detective grassone evita, magari per una sola volta, di autoincentrarsi. La sua genialità investigativa dipende da due fattori: è capace, come nel primo romanzo ripresentato da Beat Edizioni, di interrogare una donna per cinque ore filate. Gli basta ricavare un'informazione per così dire minore, ben sapendo che si può partire da un briciolo di idea. Inoltre i suoi "concorrenti", ossia i poliziotti, sono troppo sbrigativi, "si lasciano andare all'ispirazione".

Nel romanzo in questione scompare tale Carlo Maffei, che aveva espresso l'intenzione di tornare in Italia. Gli sbirri liquidano l'ansia della sorella di Carlo dando per scontato che si sia imbarcato su un piroscafo. Wolfe scava, pensa, rimugina, si dedica al caso. Lui vince così. Abbiamo scritto all'inizio che c'è oggi nostalgia per il giallo classico, poco sanguinolento. Nelle avventure di Nero Wolfe non si mette mai in rilievo la morbosità del crimine, semmai si punta sui suoi meccanismi interni e ambientali. Ma va pur detto - e ce lo ricorda Goffredo Fofi nella sua acuta introduzione a Fer-de-lance - che il genere poliziesco americano degli anni Trenta-Quaranta ruppe nettamente con quei racconti dove "si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli". I private eyes come Philipo Marlowe o Sam Spade erano dei "duri" e aprirono la strada alla violenza. Annota Fofi: "... il passaggio fu graduale e le cattive maniere convissero a lungo con le buone e con il culto delle apparenze". Nel caso di Wolfe, Rex Stout, (al pari di Ellery Queen) fonde con molta abilità il meccanismo delle parole crociate applicato al delitto a scene e scenari in stile hard-boiled. Con al centro un grassone dotato di cervello smisuratamente veloce.


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