Premio Neri Pozza 2021

È online il nuovo regolamento della V edizione
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Tracy Borman ci racconta del suo nuovo libro La strega del re.

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Novità

Il cuore è una selva

Novita Amadei

Non ha un nome, non parla. Lo trovano sotto il tabernacolo durante la messa di Natale e lo chiamano randagio. El mätt, il matto, diventerà poi, e sebbene in paese le donne ne abbiano ribrezzo e i bambini paura, finiranno per abituarsi ad avercelo attorno. Dorme nelle stalle, lavora da bracciante nelle fattorie e vaga per la golena parlando con gli animali o percuotendosi il naso perché assomigli al rostro di un rapace. Quando non lavora, dipinge su assi di legno o imposte vecchie in mancanza di tele, con pennelli fatti di peli di cavallo, con i polpastrelli e le unghie. Dipinge paesaggi selvatici, lotte di fiere, volti divisi tra il dolore e l’euforia. Opere di una potenza straordinaria, visionarie e reali fino allo spasmo, nate da mani ulcerate e da una mente bislacca. Soltanto vent’anni dopo, sotto l’occupazione tedesca, el mätt, con somma sorpresa dei paesani, parlerà. Oltre al dialetto, appreso nel tempo vissuto al villaggio, parlerà la sua lingua madre, il tedesco. Nonostante il suo corpo goffo e lo spirito storto, i nazisti si serviranno di lui come interprete al presidio militare… 

Il palazzo degli specchi

Amitav Ghosh

Nel novembre del 1885, l’undicenne indiano Rajkumar, in viaggio come garzone su un sampan che risale l’Irrawaddy dal Golfo del Bengala, è costretto a fermarsi vicino a Mandalay, la capitale di un regno – il regno di Birmania – giunto ormai ai suoi ultimi giorni. La casa reale ha chiamato i sudditi a combattere contro i barbari inglesi, i quali, però, coi loro tre battaglioni di sepoy temprati da mille battaglie, hanno agevolmente travolto gli avamposti. In due settimane l’esercito birmano si è disintegrato, e il popolo si è riversato nel palazzo reale mettendo a soqquadro ogni cosa. Rajkumar, testimone casuale della fine di un impero, mentre si aggira nel vasto atrio di quello che tutti chiamano Palazzo degli specchi, con le pareti di cristallo lucente e i soffitti riflettenti, guarda stupito la gente staccare decorazioni, rompere preziose cassette delle offerte, estrarre pietre dure dal pavimento di marmo, portarsi via intarsi d’avorio dalle cassapanche di legno. Nella confusione del saccheggio, Rajkumar incontra la più bella creatura che abbia mai visto, un’ancella che vive a palazzo. L’incontro è di quelli che cambiano la vita. Perché, mentre il regno birmano si dissolve insieme allo splendore dell’orgogliosa famiglia reale, lui non dimenticherà mai lo sguardo di quella ragazza tra le pareti di specchio. Anche quando il suo destino cambierà di segno, rendendolo un uomo ricco grazie al legname delle lussureggianti foFèareste di tek, sempre a lei tornerà. La loro storia, e quella delle famiglie che nascono e muoiono attorno a loro, finirà per coincidere con il racconto degli splendori e delle miserie di quella terra travagliata, il «paese d’oro» a cui Rajkumar, rifugiatosi a Calcutta nei giorni della vecchiaia, guarderà con nostalgia e rimpianto. Indimenticabile affresco di un secolo di storia nelle ex colonie britanniche e romanzo dal re - spiro epico, Il Palazzo degli specchi è una delle rare opere in cui si schiude «l’incanto di mondi lontani» (The Times).

Troia

Gisbert Haefs

È il VI secolo a.C. quando l’ateniese Solone, deluso dai suoi concittadini, si ritrova su un’imbarcazione diretta in Egitto insieme a un gruppo di mercanti. Sono in sei, e bastano poche parole e qualche coppa di vino per rievocare il poeta che cantò le epiche gesta di dèi ed eroi: Omero. Un racconto, quello dell’aedo tracio, capace di far sognare gli uomini, ma anche di riempire il loro mondo di leggi da rispettare, ricorda Solone, perché su tutto vigilano loro, le divinità dal comportamento volubile che è meglio non far adirare.

Giunti in Egitto, le parole del fenicio Ahiram, vecchio timoniere ospitato presso il tempio di Amun, fanno, però, vacillare le convinzioni di Solone. E se quelle entità superiori che Omero ha cantato non esistessero? Se niente si fosse svolto come è sempre stato raccontato? Se il rapimento di Elena non fosse stato un crimine e un’offesa, ma solo la fuga di una donna in cerca di una nuova vita? Se, infine, a muovere gli uomini non fosse il volere degli dèi, ma sentimenti come il coraggio e la debolezza, il cinismo e la codardia?

Inizia così un altro racconto, che conduce Solone in un mondo disincantato, abitato da fragilità, debolezze e vizi, e che, privo della sacralità del mito, scuote in profondità le fondamenta dell’Ellade. Parole e versi, segni e scritture scompaiono per lasciare il posto a un’altra versione del racconto omerico, in cui sono gli uomini, e non gli dèi, a fare la storia.

Nella terra dei lupi

Joe Wilkins

Delphia, Montana. La vita non è facile per il ventiquattrenne Wendell Newman: suo padre è scomparso tra le montagne da più di dieci anni; la terra che avrebbe potuto essere sua è stata quasi tutta venduta o data in affitto e, dopo la morte di sua madre, pesanti imposte gravano sul poco che gli è rimasto. Un giorno bussa alla sua porta un’assistente sociale che ha con sé un marmocchio gracile, con un sacchetto di plastica e un quaderno a spirale in mano. È il figlio di sua cugina Lacy, in prigione per spaccio. Ha un «ritardo nello sviluppo» e «diverse problematiche» e, da quando la polizia lo ha trovato, non ha ancora detto una sola parola. Wendell è il parente più prossimo, spetta a lui farsene carico. Col trascorrere del tempo, tuttavia, scopre di poter stringere un legame speciale con quel bambino schivo e silenzioso, arrivando ad amarlo più di quanto abbia mai creduto possibile. Nel frattempo, in città, tutti parlano dell’imminente caccia al lupo, la prima caccia regolamentata nella storia del Montana dopo trent’anni. L’evento è di quelli epocali, a cui tutti vogliono partecipare: la cittadina è in fibrillazione, e quella caccia farà riaffiorare nuove, sconvolgenti verità per la famiglia Newman.

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